"Le mie idee, uno schermo e una tastiera sono per me come i capelli di Sansone. Privatemene e diventerò indifeso".

Violenza sulle donne e giustizia forcaiola: ancora Weinstein

, by Lorenzo Zuppini

Weinstein si è consegnato alla polizia di New York, ha pagato un milione di dollari in contanti come cauzione e se ne è tornato a casa col bracciale elettronico, senza passaporto e con l’ordine di non abbandonare gli stati di New York e Conneticut. È accusato di stupro, di atti criminali di natura sessuale, di abuso sessuale e di condotta sessuale inappropriata. I fatti, a detta dell’accusa, pare risalgano al 2004 e al 2013 e coinvolgono due donne diverse. Sentenze definitive a carico di Harvey? Nessuna. Chiacchere? Fin troppe.

Il tema della violenza sulle donne, e della coercizione in ambito lavorativo, fa gola perché è come il miele che attira gli orsi. È una questione calda in tempi caldi di rivendicazioni e di nascite di minoranze indifese che dicono di meritarsi la protezione collettiva, dunque non solo da parte della legge ma anche da parte dell’opinione pubblica. Quest’ultima deve essere schierata smaccatamente dalla parte di coloro che si ergono a specie in via d’estinzione, sia perché questo posizionamento rende belli, altruisti e all’avanguardia, sia perché in caso contrario le milizie del politicamente corretto intervengono e trinciano senza pietà coloro che hanno osato dissentire cantando contro il coro. Questo coro inesorabilmente noioso parte dalle notte degli oscar hollywoodiani e arriva alla nostra Camera dei deputati ove la ex presidenta Boldrini commemorava le così dette vittime di femminicidio e di violenze generiche. È un filo rosso che unisce l’Europa e l’America, imponendo cambiamenti epocali, e quasi sempre idioti, come il proposito del sindaco Nardella di cambiare il finale de La Carmen perché la protagonista viene uccisa da un uomo o l’iniziativa di Michela Murgia di sostituire la parola Patria con Matria. Risulta poi piuttosto difficile scrivere commentando eventi di questo genere perché è talmente alto il livello di follia e di faziosità che le parole sfuggono dalle mani. Intendiamo dire che l’assurdità non sempre è criticabile, poiché è talmente odiosa che finisce per criticarsi da sola: se vi dicessero che è giusto vietare per legge il sesso orale fatte dalle donne agli uomini perché spesso, nell’atto, loro si inginocchiano e si abbassano rispetto al partner, voi sapreste argomentare con calma e razionalità la sciocchezza di questa proposta? Più probabilmente vi verrebbe di rispondere con un sonoro vaff… 

Il punto però, come detto poco fa, riguarda non solo l’impazzimento generale, ma la eliminazione del diritto di critica. Asia Argento è intervenuta su Twitter, dopo la notizia di Weinstein consegnatosi alla polizia, insultando coloro che la hanno criticata in questi mesi e pretendendone le scuse. Un codazzo di maramaldi le ha fatto l’eco, tanto per fare bella figura agli occhi dell’opinione maggioritaria rincretinita, affermando in fine che ciò che riguarda la signorina Argento, e tutta la questione delle molestie-non-molestie, non è passibile di critica: chiunque lo faccia merita il castigo, ovvero la gogna pubblica. Vladimir Luxuria, non che nutrissimo in lei chissà quali speranze, aveva inizialmente affermato che Asia Argento non era stata vittima proprio di un bel nulla. Ebbene, dopo qualche tempo si è scusata su Twitter chiedendo letteralmente perdono alla povera Asia e ritrattando tutto quel che aveva detto. Secondo voi la signora Vladimir era stata folgorata dalla saggezza nel giro di una notte oppure non è riuscita a sopportare il peso degli insulti che quotidianamente riceveva, alcuni dei quali spediti proprio dalla Argento? Questo significa mettere il bavaglio al dissidente e pretendere che la propria opinione venga elevata a verità assoluta. 

Dal punto di vista giuridico, è impensabile tutto questo. Le due donne che hanno denunciato Weinstein sono sostanzialmente ignorate dalla gran cassa mediatica ipercorretta. Sorvolando sul fatto che entrambe hanno sporto denuncia anni dopo aver subito quel che sostengono d’aver subito, non è ammissibile la gogna mediatica riservata al produttore di Hollywood senza uno straccio di contraddittorio serio, senza uno straccio di denuncia alle autorità preposte e pretendendo di sostituire la giustizia dei tribunali (che, ricordiamolo, accerta una verità processuale, mai totalmente reale) con quella del mainstream occidentale. Sono andati a farsi fottere principi giuridici che sostanziano il nostro stato di diritto, come la presunzione di innocenza fino a prova contraria o il diritto al contraddittorio nelle sedi opportune e non nel salotto di Bianca Berlinguer. Questo non per dire che il giornalista di turno non possa interessarsi della vicenda, ma che se un certo numero di donne accusa pubblicamente un uomo di reati odiosi, esse hanno il dovere di dolersene in tribunale e non nei salotti tivù, perché solo di fronte ad un giudice entrambe le parti hanno la garanzia (almeno sulla carta) di godere di pari diritti. Considerate che il signor Brizzi, anch’egli accusato di violenza sessuale anche da parte di anonime, pur avendo rispedito ogni volta le accuse al mittente, è finito nel tritacarne mediatico con risultati sconvolgenti: il suo nome è stato depennato dalla copertina del suo film natalizio e la solita paladina Asia Argento usava l’hashtag “#brizzipredatore”. Con l’odor di fama e di notorietà a basso costo, una valanga di arrivisti e arriviste si è catapultata sulla carcassa del povero malcapitato finito letteralmente a brandelli: lui, la sua vita privata, la sua vita pubblica e la sua vita professionale. Il tutto, ricordiamolo, nel nome della protezione dei diritti della donna.


È per questo motivo che oggi stare dalla parte del mostro significa stare dalla parte della giustizia giusta, che non è mai quella di piazza.

Lorenzo Zuppini

Il Primato Nazionale - 28 maggio 2018

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