"Le mie idee, uno schermo e una tastiera sono per me come i capelli di Sansone. Privatemene e diventerò indifeso".

E' la non emendabilità del Corano che rende l'islam incompatibile

, by Lorenzo Zuppini



Il tempo che stiamo vivendo è caratterizzato dal confronto (o scontro) epocale tra la nostra civiltà liberale, laica, dalle radici cristiane, e la civiltà islamica caratterizzata essenzialmente da forme, più o meno totalitarie, di governi teocratici.

La questione è semplicemente enorme e grave, viste le scie di violenza e terrore che, per un motivo o per un altro, si lascia dietro. E continuerà a lasciarsi, se non saremo in grado di affrontarla nella sua drammaticità. Una drammaticità dovuta alle differenze insiste nei due modi di intendere la vita privata e la vita collettiva. Sembra, dunque, un divario incolmabile, e molto probabilmente è così.

L’emendabilità dei dettami di entrambi gli ordinamenti religiosi costituisce la differenza sostanziale tra le due civiltà, dalla quale derivano tutte le altre. La pietra angolare dell’islam è costituita da Allah che si fa testo e si incarta nel Corano, mentre il cristianesimo è caratterizzato dal Dio che si fa uomo e si incarna in Gesù Cristo. Questi due aspetti già portano alla luce la ragione, il motivo principale per cui in Europa è stato possibile discostarsi dai dettami religiosi operando una secolarizzazione che ha reso indipendente lo Stato dalla Chiesa, distinguendo il peccato dal reato, mentre nei paesi islamici ciò è stato, e lo è tutt’oggi, impossibile: emendare ciò che è riportato nel Corano significherebbe mettere in discussione Allah stesso, macchiandosi quindi del reato/peccato di eresia; nello studio della Bibbia, al contrario, si utilizza l’esegesi, così da poter “aggirare” il significato letterale dei testi, o addirittura annullando l’ingerenza che la sfera religiosa ha in quella politica. Un codice penale non può regolamentare anche l’anima dei cittadini.

Se teniamo ben presente questa differenza fondamentale, appare chiaro il motivo per cui nei paesi islamici sono considerati reati penali dei comportamenti che da noi, tutt’al più, vengono descritti come peccati. Ed appare ben chiaro anche il motivo per cui la cultura islamica è difficilmente digeribile dalla nostra: le leggi di uno Stato laico si scontreranno sempre con quelle di un ordinamento religioso non emendabile. È un risultato, questo, inesorabile. Come potremmo altrimenti spiegare le seconde generazioni di immigrati islamici che, pur essendo appunto nate in Europa, non si sono integrate e addirittura spargono terrore effettuando attentati?

Se la violenza in nome di Dio è contro ragione, come disse Manuele II Paleologo, e se è ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione, come disse Benedetto XVI, è evidente che questi concetti siano inconcepibili nell’islam, dove Allah è assolutamente trascendente e non è possibile studiarlo attraverso i nostro metodi, tra cui troviamo la sopracitata ragione. Il buon islamico può soltanto prendere atto dei contenuti coranici, delle gesta del Profeta Maometto, della Sharia, e ottemperare nella maniera più ampia possibile agli obblighi che ne scaturiscono.

Chiamatela guerra, chiamatelo scontro, chiamatela ostilità, ma tenete ben presente che i vaghi interessi economici menzionati da Jorge Bergoglio, niente hanno a che fare con questi eventi storici. È solo questione di religione.

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