"Le mie idee, uno schermo e una tastiera sono per me come i capelli di Sansone. Privatemene e diventerò indifeso".

Se Mancini è un piagnone e Sarri un uomo fatto di emozioni.

, by Lorenzo Zuppini

Sono interista, ed è una precisazione dovuta visto il tema che mi appresto a trattare. Essendo interista ho goduto per la vittoria dell'Inter sul Napoli in Coppa Italia, ma il vittimismo di Mancini dopo le due parolette (parolacce sicuramente non sono!) che Sarri gli ha rivolto proprio non lo digerisco.
Ne scrissi già degli insulti tra giocatori, tra allenatori, tra tifoserie o comunque delle frasi poco carine udibili dentro uno stadio. E rimango della mia idea: prendersela tanto, invocando provvedimenti disciplinari unici, per essersi sentito dire "frocio" o "negro" durante una partita è sbagliato per il semplice motivo che da nessuna parte sta scritto che non si possano pronunciare tali parole. Il codice etico che viene sbandierato dagli immusoniti Mancini di turno non esiste, quindi viene aggiornato di volta in volta a seconda delle esigenze del momento. Oggi mi lamento per essermi preso del finocchio, domani perché mi hanno detto figlio di puttana, dopodomani perché mi hanno fatto il gesto dell'ombrello, e via fino ad arrivare a concepire il calcio come un sport per preti e frati che non possono neanche farsi scappare una imprecazione. 
Ma il punto ancor più importante della questione è che le parolette che vengono sanzionate riguardano sempre e solo l'omosessualità e il colore della pelle, dando per scontato quindi che un ragazzo di colore debba sentirsi umiliato se la curva rivale lo chiama negro (essendo rivale non riesco ad immaginare altro modo per dargli addosso) e che un uomo, magari eterosessuale, debba sentirsi offeso se un altro lo chiama finocchio. Quando invece hanno capito anche le tribune degli stadi stessi che agli insulti che volano durante le partite non credono realmente nanche quelli che li pronunciano. Voglio dire che chi diceva a Balotelli di essere un negro di merda non era ovviamente un razzista, semplicemente cercava il modo più efficace per dare addosso ad un uomo che in quel momento era suo rivale. Come chi urla ad un giocatore, orfano di madre, di essere un figlio di puttana non ce l'ha realmente con la mamma defunta, piuttosto vuol far innervosire quella persona toccando il tasto più sensibile.
Ma nel caso di Sarri contro Mancini non è avvenuto nemmeno questo, perché Mancini non è omosessuale. E quindi come cavolo può sentirsi offeso? Difatti non lo è, non lo può essere anche perché Sarri gli ha detto di essere un frocio per il comportamento (a suo parere) un po' isterico che stava avendo col quarto uomo. Un po' come quando ti fai male, ti lamenti molto e l'amico ti dà della checca, ma non perché tu lo sia veramente, piuttosto solo perché frigni parecchio. Il motivo quindi di questo gran polverone deriva dal fatto che (lo si legge anche su un articolo sulla Gazzetta di oggi) Sarri avrebbe implicitamente legittimato i bulli che affliggono i ragazzi gay. Ed ecco che ci risiamo   col vittimismo e col grido "Al lupo! Al lupo!", millantando uno stato di omofobia generale che fa scappare da ridere viste anche le novità sui diritti dei gay che a breve diverranno legge.
Allora mi torna in mente cosa mi diceva il mio primo allenatore di calcio che ebbi a otto anni, ovvero che gli allenatori devono essere maestri di vita ed educatori prima di tutto. Ecco, Sarri non conoscerà a menadito il codice del galateo, ma Mancini e tutti coloro che lo hanno difeso hanno sono peggiori. Perché anziché insegnare a fare il proprio dovere tappandosi le orecchie e tenendo la testa alta, hanno predicato quel piagnisteo isterico tipico di chi considera lo stadio una chiesa, anziché un luogo dove lavorano persone in carne ed ossa che talvolta si fanno trascinare dalle proprie emozioni.

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