"Le mie idee, uno schermo e una tastiera sono per me come i capelli di Sansone. Privatemene e diventerò indifeso".

L'emancipazione femminile del ventunesimo secolo: tutte balle.

, by Lorenzo Zuppini

Mi domando se non siano le donne stesse a non voler essere trattate come gli uomini, perché tutto sommato sanno perfettamente che "pari opportunità" e "pari trattamento" significa anche rinunciare ad eventuali vantaggi, ad eventuali trattamenti privilegiati da parte di chi vuole ergersi a paladino delle persone più deboli.
Mi pongo questo interrogativo perché sono sempre più convinto che il gentil sesso, ormai da decenni in questa parte di mondo, non stia più subendo trattamenti peggiori di quelli che subisce l'altro sesso. Credo anzi che, in virtù di ricordi passati legati ad un passato maschilismo caratteristico del sud Italia, si voglia a tutti i costi ritenerle ancora a rischio, perché si fa sempre bella figura a tutelare coloro che forse, chissà, un tempo erano soggetti a soprusi.
Questa solita domanda me la pongo a maggior ragione quando sento parlare amiche, o pressappoco, di emancipazione femminile, quindi di riscatto femminile dalla tirrania maschile, manco noantri fossimo degli aspiranti Mussolini. Ma se una tirannia maschile esistesse davvero, se le femminucce fossero davvero succubi, se insomma noi maschietti le trattassimo come bestie da riproduzione, caspita, ben venga l'emancipazione. Il problema si pone quando si viene a scoprire che in effetti uno stato di tirannia ai danni delle donne non è mai esistito, che è pur vero che in passato alcuni diritti non eran loro riconosciuti, ma si è provveduto a porvi rimedio appena finita quella tragedia detta Seconda Guerra Mondiale. Insomma, il diritto di voto ce l'hanno pure loro, il diritto del lavoro parla chiaramente di diritti della donna inquanto essere umano che rimane incinta e il diritto del lavoro eurpeo addirittura impone le così dette azioni positive per assicurare alle nostre donne un trattamento pari ed ugualmente dignitoso. Se poi si deve processare un imprenditore che preferisce assumere un uomo ad una donna per il fatto che quest'ultima, molto probabilmente, 5 mesi almeno di congedo per maternità se li farà, mi sembra si pretenda l'assurdo e si voglia condannare una semplice scelta imprenditoriale dettata dalla razionalità.
Si ascolta sempre più frequentemente il seguente discorso "se non ci fossero le donne in casa a gestire la famiglia, gli uomini scomparirebbero dalla faccia della Terra". Ora, dato che una donna per immolarsi a regina del focolare deve almeno lavorare part-time, vorrei sapere se col solo suo mezzo stipendio potrebbe permettersi tutte quelle spese necessarie per la casa e tutte quelle non necessarie, ma che ella effettua comunque facendo molto spesso conto sullo stipendio che il marito-cattivo-inutile porta a casa. Tra parentesi, nella strada dove abito io non c'è una famiglia (compresa la mia) che non abbia la donna di servizio, la quale due o tre volte a settimane viene a rassettare casa e a stirare le camicie del solito marito-cattivo-inutile.
Altro punto che mi induce alla riflessione: in caso di separazione o di divorzio, quale dei due partner subisce le conseguenze peggiori? Notoriamente l'uomo, perché alla donna va l'affidamento dei figli, alla donna va la casa coniugale (il cui mutuo, in caso di madre lavoratrice part-time, viene pagato maggiormente grazie allo stipendio del marito), e alla donna vanno un bricco di quattrini che servono per il mantenimento dei figli, dell'immobile e per assicurarle lo stesso tenore di vita da sposata. In definitiva un uomo dal matrimonio può anche perderci molto, una donna ne può trarre solo beneficio. Un amico di famiglia avvocato mi disse durante una cena che ha visto decine e decine di padri di famiglia, un tempo benestanti se non di più, rovinarsi e finire in affitto in un monolocale a causa delle spese per il mantenimento di moglie e prole.
Se poi si ascolta la Presidente della Camera si può arrivare a pensare che le donne siano una specie in estinzione, quindi da tutelare in tutti i modi possibili ed immaginabili.
Assistetti, un'estate di un paio di anni fa, ad una tragica iniziativa presa da Selvaggia Lucarelli per cercarsi un compagno di vita. Lei invitò tutti gli interessati a scriverle una prima ed ultima lettera per convincerla ad andare a cena insieme. Sorvolo su come mai lei, pur essendo un'attraente donna, si sia sentita in diritto di ergersi a principessa sul pisello e di poter ricevere migliaia di inviti da presunti spasimanti manco fosse l'ultimo essere umano sulla Terra provvisto di vagina, sorvolo sulla poca originalità di questa iniziativa, manco fossimo tornati indietro nel tempo di due generazioni, nel qual caso cambiarebbe leggermente anche il ruolo della donna in famiglia e nella società. Mi piacerebbe piuttosto soffermarmi su un particolare, ovvero su chi ricadde la scelta della bella Selvaggia: Giovanni Sallusti, il nipote dell'Alessandro Sallusti direttore del Giornale da me qui osannato e difeso varie volte. Ma chissà perché cara Selvaggia scegliesti proprio lui, e non magari uno sconosciuto operaio od elettricista od insegnante o disoccupato. Vuoi dirmi che la tua fu una scelta disinteressata e che i tuoi orizzonti erano aperti verso chiunque, anche il più sciagurato? I tuoi occhi vispi la dicono lunga.
Il problema, a mio modesto parere, rimane sempre il solito, cioè le donne sono furbe e scaltre di natura e grosso modo riescono sempre a riflettere usando il cervello, mentre noi uomini siamo notoriamente fessacchiotti e se la questione riguarda il gentil sesso la ragione segue il sangue che pulsa verso il basso e non verso l'alto.

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