"Le mie idee, uno schermo e una tastiera sono per me come i capelli di Sansone. Privatemene e diventerò indifeso".

Venti chilometri di passione-Capitolo 24

, by Lorenzo Zuppini


Pasqua è passata anche quest’anno, sono tornato dal mare e ho rivisto Pietrasanta e Giulia. Sono di nuovo qui a raccontare di meno di un anno fa con le mani che mi tremano per quel che ho provato due giorni or sono.

Sto pensando a lei.

La scorsa estate ho passato molto tempo al bagno di Giulia in compagnia anche dei suoi genitori. Non so se sia stato solo merito mio, fatto sta che con loro mai e poi mai mi son sentito in difficoltà o in imbarazzo.
Addirittura la prima cena insieme a loro fu praticamente a sorpresa, perché accompagnai Giulia a casa dopo essere stati insieme in un maneggio vicino Pietrasanta, salii in casa e trovai la Piera indaffarata in cucina a preparare la cena anche per me.
Ricordo che abbozzai un sorriso incerto, guardai i miei vestiti polverosi e dissi a Giulia un po’ scocciato che avrebbe fatto meglio ad avvisarmi prima, così da darmi la possibilità di presentarmi in condizioni decenti.

Fu una cena deliziosa e tranquilla, come piacciono a me. Umberto aprì un paio di bottiglie di vino che un suo amico gli aveva portato, ne bevvi solo un paio di bicchieri perché dovevo guidare per tornare a casa.
“Se non mangi con gusto e non fai la scarpetta alla fine mi offendo”, mi disse la Piera ad un certo punto, e da quel momento in poi mi godetti ancor di più la cena.
Come si fa non voler bene a due persone che ti accolgono in casa loro con questo modo di fare amichevole, affettuoso e spontaneo.

Spesso e volentieri quando la sera riportavo la Giulia a casa salivo pure io e ci fermavamo sul divano a fare due chiacchere coi suoi genitori, e certe volte mi piegavo in due dalle risate che mi faceva fare Umberto quando raccontava eventi ironici con fare serio.

La vita in Versilia con persone di questo tipo è esattamente come ce la immaginiamo, fresca, rilassante, piena di nostalgia e di ricordi, perché un posto di questo genere o lo si frequenta da anni e anni oppure mi dispiace ma non lo si può capire fino in fondo.
E per Giulia vale esattamente la solita cosa.

Quando a volte venivamo la sera a casa mia per salutare i miei ci mettevamo in giardino a giocare a carte. Mia sorella Chiara e mia sorella Sara se ne andavano a letto dopo poco e alla fine rimanevo a godermi la notte fresca con la mia bambola, mia sorella Francesca e mio padre che leggeva il giornale bevendo chinotto ghiacciato.

Il Pino che abbiamo in mezzo al giardino ci copre le teste, sfiora il tetto in certi punti e fa colare la resina vicino ai nostri piedi e sui tettini delle nostre macchine parcheggiate lì fuori, accanto al muro di cinta.
Molte volte mentre sono seduto in giardino, magari durante la cena, alzo la testa e lo guardo, maestoso, inquietante, pieno di storia e di vita.
Guardo il moncherino di quel ramo enorme che l’anno scorso il giardiniere ha fatto tagliare non so per quale motivo preciso, e ricordo che quando ero piccolo pensavo che se fossero entrati i ladri in casa io dal terrazzo di camera mia sarei salito su quel ramo, tanto era grande e lungo, e poi sarei sceso prudentemente rimanendo nascosto dall’enorme tronco dell’albero.

Avrò avuto una decina d’anni, e un giorno a pranzo mio nonno Adriano staccò dall’albero un pezzetto di corteccia piuttosto grande, io protestai perché sapevo che all’albero non aveva fatto bene, ma appena vidi mio nonno tirar fuori dalla tasca il suo immancabile coltellino ed intagliare una piccola barchetta nel pezzo di corteccia, smisi di protestare e rimasi a bocca aperta a guardare.
Il nonno ha sempre tenuto in tasca quel coltellino e un tagliaunghie, e sul Pino si può ancora intravedere la cicatrice che sta ad indicare che quello è il tuo posto, lì hai passato un’infinità di tempo e sempre lì ne passerai altrettanto.

Io ero spensierato, mi godevo le vacanze, e non mi accorgevo che la donna che mi stava accanto, invece, si stava stancando di me.

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