"Le mie idee, uno schermo e una tastiera sono per me come i capelli di Sansone. Privatemene e diventerò indifeso".

Venti chilometri di passione-Capitolo 21

, by Lorenzo Zuppini

Penso spesso che ciò che non funziona nella vita di ognuno di noi è causato dalle azioni di chi quella vita la vive, e penso anche che Giulia questo me la ha sempre detto e che io poche volte l’ho ascoltata.

È mattina, scrivo e ascolto ancora Piazza Grande.

Non riesco a scrivere un capitolo dietro l’altro, non perché non sappia con cosa riempire le pagine bianche, ma perché riesumare tutti questi ricordi è, prima di tutto, un colpo al mio cuore, ogni volta, inevitabilmente. E così perdo tempo, e prendo tempo, mi faccio coraggio e mi ripeto che è ciò che devo e voglio fare. Rubo l’amore in Piazza Grande…

A marzo, un mesetto circa dopo il mio compleanno, Giulia mi lasciò per la prima volta. 
Il motivo non so ripeterlo, lo conosco ma non riesco a trasferirlo per iscritto su un foglio tramite frasi corrette. Io sicuramente ci misi del mio, continuavo a non dare esattamente tutto quel che avevo alla nostra relazione e Giulia, che invece faceva l’inverso, se ne accorgeva e questo la faceva soffrire. Si sentiva trascurata, forse indesiderata, messa al secondo posto, ed io stupido e disattento continuavo imperterrito ad andare dritto, non perché non mi accorgessi che qualcosa non andava, ma perché così era più comodo.

Cambio canzone e metto Anna e Marco, quella però cantata da Dalla insieme a De Gregori. Mi sto facendo del male, mi si gonfiano gli occhi di lacrime e il rimorso mi rode l’anima, ma ormai non è più tempo per pentirsi. Anna come ce ne sono tante, Anna permalosa, Anna bello sguardo, sguardo che ogni giorno perde qualcosa. Se chiude gli occhi lei lo sa, stella di periferia, Anna con le amiche, Anna che vorrebbe andar via.

Da quando Giulia mi disse di non voler più stare con me passarono cinque giorni, dopodiché andai a casa sua a Casorate.
Dovevo vederla, parlarle e sentirmi dire di persona di non essere più amato o desiderato.
Furono cinque giorni in cui il tempo per me si fermò. 
All’università non ascoltavo, non scrivevo, non parlavo coi miei genitori, coi miei amici non ero socievole, stavo realmente male e decisi di non scriverle in quei cinque giorni. Marco grosse scarpe e poca carne, Marco cuore in allarme, con sua madre e sua sorella poca vita, sempre quella. Se chiude gli occhi lui lo sa, lupo di periferia, Marco col branco, Marco che vorrebbe andar via.

Non dormii la notte che precedette la mia partenza per Firenze da dove avrei preso la Freccia Rossa per Milano Porta Garibaldi.
In tre ore e mezzo arrivai e mi trovai Giulia davanti, alla stazione, mi venne incontro e non mi abbracciò, mi baciò freddamente. Ero distrutto ma era giusto che fossi lì. Arrivati a casa lei si mise a preparare il caffè, io non resistetti e, mentre era girata verso i fornelli, dal dietro la abbracciai e le baciai il collo. Odiavo quella situazione di incertezza, odiavo quella casa che probabilmente sarebbe stato l’ultimo posto dove avrei avuto la mia bambola per me.
Sapevo che sarei stato male ma ci andai comunque, come adesso sto continuando ad ascoltare queste canzoni a ripetizione, queste canzoni che mi proiettano nella mente il viso curato di Giulia.

Andammo a cena a Milano, cenammo in cima alla Rinascente, sulla terrazza che dà sul fianco del Duomo. Era un freddo cane ma ne valeva la pena. 
Provai a spiegarmi con Giulia, tentai di trattenere le lacrime e di farle capire quanto l’amassi e quanto questo bastasse per me, quando invece non può mai bastare il solo amore, c’è bisogno anche di molto altro. Temevo che questo altro, per Giulia, fosse scomparso.

Tornammo a casa alle undici passate, Giulia fece una zuppa calda e la mangiammo insieme sul divano, quel suo grosso divano messo in salotto e fatto ad L, grigio e morbido.
Nonostante tutto riuscimmo ad uscire con delle amiche di Giulia ed andammo in una discoteca del posto, piccola e anche piuttosto brutta, fin troppo essenziale.

Mi ubriacai, di solito lo faccio sempre quando vado in discoteca, lo feci anche in quell’occasione per dare una parvenza di normalità a quell’uscita, quasi per far sembrare che non stesse succedendo niente tra me e la mia bambola. Non era così, ovviamente, e quando tornammo a casa e ci mettemmo a letto me ne accorsi. La stringevo a me come facevo da due anni a quella parte, ma temevo seriamente che potesse essere l’ultima volta, mi sembrava che stesse sfuggendo alla mia presa. 

E la mattina con la mia partenza arrivò presto, dovetti smettere di stringerla e mi portò alla stazione.
Uscii di macchina, salii la rampa di scale che porta ai binari, mi voltai e lei era ancora in macchina ferma a guardarmi. Mi chinai, le vidi il viso, pallido, morbido e profumato, anche lei non stava bene, stava soffrendo ma probabilmente ci saremmo sentiti ancora, non era finita.
Mi sorrise, in un modo amaro e rassegnato, quella rassegnazione che solo un pigro della mia razza può riuscire a stampare sul viso di una persona.

Arrivato a casa mi chiusi in camera, uscii per andare a tavola perché la cena era pronta ma non appena mi sedetti con tutti gli altri scoppiai a piangere. Corsi in bagno e lì mi chiusi nuovamente. Ci rimasi per un’oretta, poi chiamai Giulia, mi rispose di malavoglia perché voleva avere il tempo per pensare senza avermi tra le scatole, ed aveva ragione.

Piansi, piansi e piansi ancora, tutta la notte o quasi.
Mi addormentai sfinito dalla stanchezza.

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